martedì, luglio 25, 2006

Bielorussia

Figli dell'Internat

Colpiti dalle radiazioni di Chernobyl, o semplicemente orfani, con problemi famigliari, "ritardati": sono tantissimi i bambini rinchiusi negli orfanotrofi della Bielorussia, un po' case un po' lager. Trenta mila di loro, ogni anno, vengono in Italia per un mese, accolti dalle nostre famiglie. Il più grande movimento di solidarietà nel nostro paese, talmente spontaneo da essere quasi sconosciuto.

di Silvia Pochettino
da Minsk

Il bambino infila il naso nella confezione di merendine al cioccolato, poi lo solleva, sorridendo: «Ah, profumo d'Italia!» sospira. Ha 11 anni, ma non ne dimostra più di sei. Occhi verdissimi e sorriso sveglio, Zima (questo è il suo nome) vive nell'Internat di Vietrino, nel nord della Bielorussia, uno delle centinaia di orfanotrofi del paese. Zima è appena rientrato da un mese in Italia, accolto da una famiglia di Bergamo. Mostra tutti i suoi trofei: gli occhiali da sole, l'orologio, la macchinina smontabile. E un sorriso gigante mentre cerca di parlare italiano. Zima è uno dei 30 mila bambini bielorussi che ogni anno arrivano nel nostro paese (il più alto numero di accoglienze di tutta Europa). Un'iniziativa nata a seguito del dramma di Chernobyl, ma che oggi riguarda anche bambini non strettamente colpiti dalle radiazioni, ma poveri, senza famiglia, con carenze affettive. Proprio come Zima, che dice: «Di notte? Sogno sempre il mio papà e la mia mamma italiani...».
La disponibilità delle famiglie italiane ad accogliere i bimbi bielorussi per un mese di "risanamento", come viene chiamato, si è estesa in modo impressionante nel corso degli anni. Oggi si parla di 50-60 mila famiglie che lo fanno o che l'hanno fatto in passato e, considerando nonni zii e parenti coinvolti, si arriva a centinaia di migliaia di persone. In pratica: uno dei più grandi movimenti di solidarietà in Italia, che fa capo a centinaia di piccole associazioni, estremamente spontanee e per nulla mediatizzate.

Un euro al giorno

Zima, tutto sommato, si può considerare un bambino fortunato, è sano fisicamente e sta in un Internat per "orfani sociali" (bambini con famiglie disagiate), che è forse uno dei migliori della Bielorussia. Il direttore è giovane e dinamico, riceve dallo Stato solo un euro al giorno per mantenere ogni ragazzo, come in tutti gli Istituti bielorussi, però riesce a vestirli e dare loro da mangiare cinque volte al giorno grazie alle convenzioni stipulate con alcuni fornitori e agli aiuti della fondazione Aiutiamoli a vivere, una delle più grandi realtà italiane di solidarietà con la Bielorussia (oltre 6 mila famiglie coinvolte e 250 comitati sparsi in tutta Italia). La fondazione opera a Vietrino da otto anni, facendo arrivare tir di prodotti alimentari e vestiti e ristrutturando ogni estate parti dell'istituto, grazie alla disponibilità gratuita di idraulici, carpentieri e muratori italiani. «Dopo lo scioglimento dell'Urss (nel 1991, ndr) - racconta Serghej Trukanof, direttore dell'istituto - non riuscivo a trovare neppure il pane per i ragazzi. L'aiuto degli italiani è stato fondamentale».
Certo mantenere una struttura come questa, che ospita oltre 200 ragazzi, senza che si trasformi in una caserma fatiscente non è facile, ma la logica del "piccolo è bello" è ancora totalmente estranea al mondo ex-sovietico. Tuttavia a Vietrino il livello di studi è buono, tanto che quest'anno ben 12 ragazzi dei più grandi sono potuti entrare alle scuole superiori, un record considerando che i "figli degli Internat" sono destinati sempre ai corsi professionali.

Nel girone infernale

Ma non tutte le situazioni sono rosee come a Vietrino. Basta passare dagli istituti per orfani sociali a quelli per "ritardi mentali" ed è come scendere tre gironi infernali. Come all'Internat di Boguscevsk, il più grande della repubblica per "ritardi mentali"; 293 persone dai 4 ai 35 anni. Un reparto vecchio e fatiscente dalle mura scrostate, le camere tappezzate di carta di giornale per assorbire l'umidità, i letti fetidi, materassi luridi e strappati. Ragazzi abbandonati sopra, a guardare il soffitto. Altri a dondolarsi avanti e indietro, aspettando che succeda qualche cosa che non succede mai. Non si studia (si impara solo a leggere e scrivere sommariamente), non c'è uno psicologo; sono 230 le persone impiegate, ma solo 17 infermiere. Nessun insegnante. E se c'è un bambino un po' più sveglio degli altri? «Non ce ne sono» risponde lapidario il direttore, che è gentile e disponibile, ma puzza un po' troppo di alcool e di aglio.
Si affretta a farci superare il reparto vecchio per passare a quello nuovo, che al confronto è un paradiso, ristrutturato grazie a sovvenzioni svedesi e al lavoro, anche qui, dei volontari italiani. C'è persino un laboratorio per la fisioterapia e la musicoterapia.
Non si può dire che non faccia degli sforzi, il direttore, per cambiare le cose. Ha fatto partecipare i ragazzi a diversi tornei sportivi inventando un concorso per gli operatori in modo che la squadra che tratta meglio i bambini possa vincere un frigorifero.
Chiediamo quali sono le malattie più diffuse, ma non ci sono diagnosi (né cure) personalizzate: per tutti è "oligofrenia", in pratica "ritardo".

Malati "immaginari"

Qui il Comitato di Trento della fondazione Aiutiamoli a vivere, sta costruendo 17 docce, con il supporto di venti ragazzi dell'istituto. «L'impatto è stato molto forte - racconta Silvano Stenico, idraulico qui a lavorare per le settimane estive - la prima notte non ho dormito per niente. Eravamo preparati, ma forse non abbastanza. Solo entrare dal vecchio portone toglie il fiato». E continua: «Qui qualcosa non mi convince. I ragazzi che ci aiutano sono infaticabili e imparano il lavoro in fretta. Forse sono un po' più piccoli della media per la loro età, ma nessuno di noi potrebbe definirli malati mentali». Ma in realtà in tutta la Bielorussia è la stessa cosa. Se per disgrazia ti viene affibbiato il certificato di "ritardato", la tua sorte è segnata. Anche semplici carenze affettive, fare pipì nel letto o andare male a scuola, possono essere considerati motivi di "ritardo".
Nicolas ha 16 anni, un fisico atletico che non denota alcun tipo di handicap, ed è arrivato a Boguscevsk da un anno, "figlio di un altro istituto". «Andavo male a scuola - racconta - mi dicevano che non potevo andare al collegio (scuola superiore, ndr). E poi, forse ho litigato troppo con gli insegnanti».
Axana è una giovane bionda, dai lineamenti fini, cura perfettamente la stalla e le 15 mucche dell'istituto. Ha 25 anni ed è a Boguscevsk da quando ne aveva 8. E' finita qui perché la madre l'aveva abbandonata e il padre beveva, spiega il direttore. Veramente non sembra una diagnosi di malattia mentale, ma le cose stanno così, e non bisogna "sottilizzare". D'altra parte Axana precisa: «Io sto bene qui, dove potrei andare altrimenti?». Per due anni è stata trasferita in un altro istituto: «Là mi tenevano chiusa a chiave e mi picchiavano, era orribile».

Senza riscatto

Comunque a Boguscevsk se si entra, non si esce più. Impossibile riabilitarsi. Come in qualunque Internat bielorusso, del resto. Per chi ha ancora la famiglia il reinserimento è praticamente impossibile. Non è vietato per legge, ma «non è mai successo» come ripetono i direttori dei dieci istituti visitati. Queste sono politiche governative, e le politiche governative in Bielorussia non si discutono.
Come non si discute la linea di ogni singolo direttore di un istituto, anche quando è apertamente inumana. Succede a Riasno, dove la direttrice Anna Procapenco sembra sempre sull'orlo di una crisi di nervi per il troppo lavoro, ma non si capisce bene cosa faccia. Quello che è certo è che i bambini dormono in lettini sfondati e sporchi e hanno grandissimi problemi di igiene. Qui i volontari italiani, oltre ad aver ristrutturato le docce e i bagni, da due anni fanno animazione d'estate, grazie alla disponibilità di un gruppo misto di giovani italiani e bielorussi. Racconta Silvia Mascheretti, una delle giovani volontarie: «L'anno scorso ci siamo resi conto che in due settimane i bambini non hanno mai fatto una doccia. Allora quest'anno ci siamo imposti, scatenando parecchi malumori tra il personale. L'esperienza è stata scioccante. I bambini non sapevano lavarsi, la biancheria intima era incrostata di sporcizia. Le ragazzine più grandi non sapevano cos'erano le mestruazioni, si vergognavano e tamponavano con stracci sporchi». Così hanno deciso di andare loro stessi a comperare biancheria pulita al mercato. «Per non parlare dei denti - aggiunge Silvia - nessuno dei ragazzi possiede uno spazzolino...». Eppure il Comitato di Trezzo aveva inviato un gran numero di spazzolini e tubetti di dentifricio: «180 sono ancora lì, inutilizzati». Quel che è più grave è che il Comitato ha inviato anche 200 materassi nuovi: «Spariti».

Scavare solchi di novità

La rabbia cresce tra i giovani volontari. Ma le ingiustizie, qui, bisogna abituarsi a digerirle. In un paese in cui gli oppositori continuano a "sparire", come denuncia Amnesty International, e i giornalisti sono incarcerati se "calunniano il potere". In una società in cui lo stipendio medio è di 250 mila rubli (meno di 100 euro), ma il costo della vita è paragonabile al nostro, va a finire che ci si abitua a tutto.
Eppure qualcosa, lentamente, sta cambiando. Il rapporto di affetto tra gli italiani e i bambini degli istituti rimane, è qualcosa di unico. Là dove non è possibile agire attraverso i canali ufficiali, l'attività umanitaria sta scavando piccoli solchi, in cui attecchiscono innovazioni. A volte banali, come fare la doccia tutti i giorni, a volte meno, come veder nascere associazioni di volontariato tra i giovani bielorussi, che scoprono l'impegno sociale.
E la crescita è reciproca: «Un'esperienza di questo genere ti cambia dentro - dice Silvia Mascheretti - e io aspetto tutto l'anno solo di poter tornare»

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